Domenica 27 si è tenuta l’ultima lezione del II ciclo di lezioni a due voci “Se non siam uni” dedicate alla storia d’Italia ed organizzate in occasione dei 150 anni della nostra unità dal Consiglio regionale della Toscana.
L’ultimo incontro era dedicato alla storia della nostra Scuola: “Leggere e Sapere: la Scuola degli italiani – L’abbecedario di Pinocchio” e vedeva in veste di relatori Tullio De Mauro, Professore dell’Università di Roma “La Sapienza” e Ilaria Porciani, rappresentante della Società Italiana delle Storiche e Professoressa presso l’Università di Bologna.
La Professoressa Porciani inizia il suo intervento raccontando la storia dell’istruzione italiana tramite l’esperienza vissuta dal suo bisnonno.
Nato in Calabria nel 1860, figlio di contadini, riesce a iscriversi all’Università di Napoli grazie al sostegno del parroco di paese e a una donna facoltosa. Negli anni successivi, grazie all’aumento della disponibilità a dare la mobilità a chi aveva le capacità per insegnare, ottenne la cattedra all’Università di Siena poichè la riteneva una città non soggetta all’handicap del dialetto, come lo era la sua zona d’origine.
La mobilità era principalmente un fenomeno che si verificava da sud a nord, successivamente il flusso riuscì anche ad invertirsi.
La Professoressa Porciani ha messo in luce come il sistema scolastico italiano fin dalle origini fosse fortemente diviso in merito all’istruzione maschile e femminile; questo gap diminuì successivamente solo negli anni Ottanta. La scuola italiana è quindi stata, in larga parte, una questione di genere e una questione di donne.
La Professoressa ha spiegato che nelle città e nelle campagne non si concepiva assolutamente l’idea dell’istruzione per le ragazze, solo alcuni monasteri cittadini le accettavano. Tanto è vero che nel primi decenni del ‘900 in molte zone d’Italia l’analfabetismo femminile toccò punte del 90%.
Nell’analisi dei numeri della scuola, sì è messo a fuoco le varie realtà che esistevano in Italia e si è potuto vedere le dinamiche che hanno permesso al “nuovo” di instaurarsi sul “vecchio”.
Quando Firenze diventò capitale, si spostarono le sedi istituzionali e si notò subito l’urgente necessità di fondare nuove scuole elementari. Perfino Pellegrino Artusi notò l’alto tasso dell’analfabetismo fiorentino.
A partire dal 1862 le accademie Normali da 10 diventano 30 ma già in quell’anno nascono la scuole femminile di Lucca e la maschile di Pisa.
Le donne erano pagate meno e per questo il mestiere si femminilizza. Le maestre infatti avevano magri stipendi, dipendevano dal sindacato, e stavano sempre su un gradino più basso sia nelle scuole inferiori che superiori.
Questo disagio si riflette anche nella letteratura. Alcuni esempi ne sono le poesie di Ada Negri scritte perchè lei stessa vedeva in prima persona le cattive condizioni in cui studiavano i suoi alunni, senza sussidi, senza cartine geografiche, senza libri, ecc…
Tullio De Mauro inizia il suo intervento citando alcuni fattori che hanno sollecitato il bisogno d’istruzione: tra i primi quello politico.
Il partito Socialista aveva tra gli obiettivi anche quello di migliorare l’istruzione italiana, non a caso il suo simbolo era costituito dalla falce, il martello e un libro aperto.
Anche l’immagine di svuotamento demografico dovuta alla grande emigrazione fu un fattore che contribuì a modificare l’istruzione nel nostro paese.
Negli anni ‘80-90 la percentuale della popolazione che iniziò ad andare alle scuole medie e superiori e a prendere il diploma aumentò gradualmente. Si ha una spinta popolare all’istruzione che col tempo non siamo riusciti a spegnere.
Con Giolitti le spese per l’edilizia scolastica elementare diventano a carico dello Stato e successivamente anche le spese per i professori saranno finanziate dallo Stato, previo concorso per accertarsi delle loro competenze.
Vittorio Manuele Orlando, invece, si focalizzò e s’impegnò nella formazione della scuola elementare. Si arriva all’età del fascismo, una fascia composita al cui interno vi è Giuseppe Bottai, fascista, si, ma anche uomo dotato di grande intelligenza, affida il compito di prolungare le scuole elementari fino a 5 anni ad un uomo di sua fiducia (ottobre 1942). Ma per ottenere un paese produttivo, si capisce che bisogna costituzionalizzare l’obbligo d’istruzione; esso viene così promulgato fino a 8 anni.
Dall’analisi fatta dal Professor De Mauro viene fuori un quadro secondo cui il nostro paese ha attraversato un lungo processo di alfabetizzazione passando da un indice di scolarità da paese sottosviluppato, 3 anni, ad uno più vicino alla media degli stati ricchi, 12 anni.
Dalle recenti statistiche inoltre risulta che noi Italiani leggiamo pochissimo, infatti il 30% della popolazione legge quantomeno un libro all’anno. Tuttavia tra i 14 e 64 anni, coloro che non riescono ad accedere al questionario del censimento, ovvero non distinguono una lettera dall’altra rappresetano il 5%.
L’ultimo incontro di questo ciclo è senza dubbio riuscito a dare un quadro completo di quella che è stata la storia del nostro sistema scolastico e soprattutto del ruolo primario che hanno avuto le donne nelle sue dinamiche di cambiamento più importanti. La sala conferenze era piena, e le domande molte e ricche di ulteriori spunti di riflessione; speriamo che questo possa essere un ulteriore motivo per prevedere la realizzazione di un III ciclo di incontri.
Tommaso Galli, Martina Maci, Mattia Marasco
Fonte foto: link











